
A cura di Irene Tinagli: Finanziamento del piano ReArmEU
1 Aprile 2025Stefano Vaccari, deputato, capogruppo Pd della Commissione Agricoltura della Camera
“È impensabile non andare uniti sulla negoziazione sui tassi. È impensabile non andare uniti nel pensare a un mercato unico europeo dell’energia, è impensabile non andare uniti sul mercato dei capitali. L’Europa, se fa l’Europa, deve essere l’Europa unita”. A pronunciare queste parole non sono i pericolosi bolscevichi dell’opposizione ma il Presidente di Confindustria Emanuele Orsini.
La risposta della Presidente Meloni al riguardo è stata eloquente, di equidistanza tra l’Europa e gli Stati Uniti di Trump. Un Trump che mantiene le promesse: colpire i parassiti europei. La posizione del Governo è imbarazzante e pericolosa e non tiene conto della realtà del nostro Paese in materia di export proprio nei confronti dell’America. E dal 2 aprile, come annunciato, i dazi fino al 25% cominceranno a colpire le nostre produzioni in viaggio verso gli Stati Uniti. Una catastrofe che metterebbe in ginocchio migliaia di aziende italiane con gravi ripercussioni sulla stabilità dell’occupazione. E non ci salveranno le foto ricordo di Trump con la Premier Meloni e tantomeno le dichiarazioni d’amore di Salvini verso il tycoon. Le cifre aiutano tutti a capire meglio.
Gli Stati Uniti sono il terzo paese di destinazione delle merci italiane. Negli ultimi dieci anni le esportazioni hanno raggiunto un valore di 67,3 miliardi di euro con un surplus commerciale di 39 miliardi. I dazi colpirebbero l’Italia soprattutto nella gomma-plastica (per il 70% dei prodotti), nei trasporti (69%), nell’agroalimentare e nella chimica e farmaceutica (67%), e nella meccanica ed elettronica (59%).
Secondo l’Istat l’eventuale aumento delle tariffe doganali penalizzerebbe non solo settori strategici ma più in generale, ridurrebbe la competitività delle imprese italiane, con un effetto a catena che, partendo dal calo dell’export, determinerebbe minori entrate per le aziende, meno investimenti e ripercussioni negative sull’occupazione. Le stime Svimez indicano che il Pil italiano nel 2025 in caso di dazi al 10% si ridurrebbe dello 0,1%, con una perdita secca di 27 mila unità di lavoro a tempo pieno, mentre le esportazioni diminuirebbero del 4,3%. Nello scenario di tariffe al 20%, il Pil subirebbe un decremento dello 0,2%, con una contrazione occupazionale di 57 mila unità. E forse sarebbe solo l’inizio e probabilmente sottostimato.
Per quanto riguarda i prodotti alimentari italiani per alcune nostre eccellenze lo scenario è particolarmente grave. I numeri ce li dà un rapporto Nomisma presentato all’Assemblea nazionale della CIA: l’incidenza va dal 72% dell’export di sidro, al 57% di Pecorino Romano e Fiore Sardo Dop; dal 48% dei vini bianchi Dop del Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, al 40% di quelli rossi toscani Dop. Anche per l’olio extravergine di oliva italiano gli USA hanno un peso significativo, pari al 32% del proprio export a valori, e così a scendere per il 30% nel caso degli aceti e il 28% per le acque minerali. Per il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano l’incidenza si attesta intorno al 17% del valore dell’export congiunto di questi due formaggi.
I dazi sul vino, in particolare, rischiano di scatenare una guerra commerciale con impatti ingenti e irreparabili, coinvolgendo filiere produttive, decine di migliaia di imprese e centinaia di migliaia di lavoratori. Le spedizioni sono ferme. Non sta partendo niente dai porti italiani verso gli Stati Uniti, gli ordini del mese di marzo sono stati cancellati per evitare di pagare i possibili dazi all’arrivo della merce. Solo nel settore vino sono a rischio 2 miliardi di euro di esportazioni.
La strada maestra per contrastare questo rigurgito nazionalista e corporativo è rispondere unitariamente con l’Europa. Nessuno Stato può farlo da solo. Sarebbe una pia illusione se non una follia.
Serve allora una strategia chiara che indichi nell’Europa il centro del nostro agire dentro una politica di commercializzazione diversa rispetto alla politica aggressiva che Trump ha voluto usare. Per l’Italia è il momento di uscire dall’ambiguità e prendere concrete decisioni fuori dalla logica della sudditanza verso l’attuale alleato americano.
Rimanere immobili come gli opossum per ragioni di vicinanza politica significherebbe non fare gli interessi dell’Italia e tantomeno di quell’Europa nella quale la Presidente Meloni non si riconosce, viste le vergognose parole utilizzate nei confronti del manifesto di Ventotene. È l’Europa unita che deve reagire con immediatezza ma Meloni non può alzare la voce, è fermata dal suo vice Salvini che vede nel tycoon un faro luminare. Governo italiano allo sbando e diviso. Serve una proposta netta anche da parte dei socialisti europei che sia all’altezza della sfida che abbiamo davanti. L’Europa rialzi la testa, non può rimanere schiacciata dalle pretese nazionaliste dei potenti oligarchi che stanno trattando anche per dividersi i bottini di guerra.
Si può infine aggiungere una postilla: alla nascita del Governo Meloni si volle, tra gli altri, rinominare anche il Ministero dell’Agricoltura in “Ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle Foreste”. Il sovranismo anche in questo caso (definiamolo alla amatriciana visto il tema) non funziona e produce danni, perché se si incontra un sovranista alimentare più forte….
Stefano Vaccari, deputato, capogruppo Pd della Commissione Agricoltura della Camera